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Il cuore

<<Quando un cuore si spezza, non ricresce più.

Assomiglia a un enorme vetro colorato che va in mille pezzi, e non si può più rimettere insieme. Almeno non come prima. Puoi polverizzare i frammenti e farne un unico mucchio, ma questo non fa di loro una finestra. I cuori infranti non si guariscono e non si riparano.

Quando una metà muore, anche l’altra ne soffre. In questo modo, hai il doppio del dolore e la metà di tutto il resto…>>
( C. Martin )

Questa citazione mi fa provare una profonda tristezza e non credo proprio che sia sempre così, perché per chi ha fede Dio, come il mastro vetraio, fonde nuovamente i frammenti e lo rimodella più bello e scintillante di prima, ma bisogna essere disposti ad accettare che non esiste riparazione né c’è guarigione senza metamorfosi, senza cambiamento, senza un nuovo plasmare:

il cuore vecchio deve lasciare spazio ad un cuore nuovo.


Fragilità

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La forza che difende il cuore dalle ferite
è la stessa che gli impedisce
di dilatarsi alla sua massima grandezza.
(“A Treasury of Kahlil Gibran”)
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E’ meraviglioso come i poeti siano capaci di condensare i pensieri che tu hai liberi nella mente.
Di un grande poeta, quale è secondo me Gibran, troverai sempre la citazione che si addice al senso di ciò che ti porti dentro e che a volte è così difficile da esprimere a parole… Ma ci sono loro, che delle parole fanno navi con le quali solcano il mare dell’animo umano, e mille sono i porti nei quali attraccare, infiniti come gli sguardi che si possono gettare sulle cose, sulle persone, sulla vita e sul mondo.
La poesia per me ha un fascino e un potere straordinario, tanto ignorato eppure… tutti, sfido a dimostrarmi il contrario, abbiamo almeno una volta nella vita scritto, o almeno pensato di scrivere, una poesia. E quanta verità c’era in quelle parole che hai lasciato uscire, libere, un pò impacciate, ispirate magari da semplici letture scolastiche (ah, i compiti d’italiano al liceo…farli subito dopo pranzo mi faceva addormentare per una mezz’ora con la faccia sul libro! ^^) ma sincere e immediate, anche magari nella loro iniziale banalità.
Ma sto divagando. Mentre quello che volevo era solo condividere questa verità che Gibran è riuscito a rendere così bene in sole due righe: quanta fatica e quanta forza che si scatena per difendere la fragilità che ci portiamo dentro, al punto che finiamo per dimenticare da cosa ci stavamo proteggendo e quella difesa diventa parte di noi tanto profondamente da costringere il cuore a stringersi nello spazio angusto che gli concede la paura di ferire e di lasciarsi ferire.
Quanto poco indaghiamo le nostre vere capacità, la nostra vera forza, il nostro vero coraggio, la nostre vere paure… Le emozioni, delle quali diffidiamo (paura, rabbia, dolore, piacere e amore) in verità ci dicono chi siamo, ci appartengono e la fatica che facciamo per convincerci che “siamo superiori”, per non sentire ciò di cui sappiamo di non avere il controllo, sarebbe meglio impiegata se la usassimo per metterci (e restare!) davanti a domande più utili: perchè? perchè quella paura, quel dolore, quella rabbia o quel piacere in quella determinata situazione? cosa mi vuole raccontare di me di cui non mi sono reso conto razionalmente? quale nodo c’è che la mente ha elaborato che la “pancia” invece ancora non può accettare?
E la meraviglia nello scoprire che solo posta di fronte a tali domande la mente non si contorce, ma si libera! Ecco davanti a quel muro, ad un vicolo cieco aprirsi in basso accanto a me un passaggio, e un passo più in là addirittura una piazza dove potermi fermare. Ma questa volta a riposare, nessun arrovellarmi… semplicemente sentire, accogliere, capire, accettare… e, finalmente, vivere.

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