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Il cuore

<<Quando un cuore si spezza, non ricresce più.

Assomiglia a un enorme vetro colorato che va in mille pezzi, e non si può più rimettere insieme. Almeno non come prima. Puoi polverizzare i frammenti e farne un unico mucchio, ma questo non fa di loro una finestra. I cuori infranti non si guariscono e non si riparano.

Quando una metà muore, anche l’altra ne soffre. In questo modo, hai il doppio del dolore e la metà di tutto il resto…>>
( C. Martin )

Questa citazione mi fa provare una profonda tristezza e non credo proprio che sia sempre così, perché per chi ha fede Dio, come il mastro vetraio, fonde nuovamente i frammenti e lo rimodella più bello e scintillante di prima, ma bisogna essere disposti ad accettare che non esiste riparazione né c’è guarigione senza metamorfosi, senza cambiamento, senza un nuovo plasmare:

il cuore vecchio deve lasciare spazio ad un cuore nuovo.

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La forza d’animo

<< Platone la nominava thymoeides e indicava la sua sede nel cuore.
Il cuore è l’espressione metaforica del “sen-timento”, una parola dove ancora risuona la denominazione platonica. Il sentimento non è languore, non è malcelata malinconia, non è struggimento dell’anima, non è sconsolato abbandono. Il sentimento è forza. Quella forza che riconosciamo al fondo di ogni decisione quando, dopo aver analizzato tutti i pro e i contro che le argomentazioni razionali dispiegano, si decide, prechè in una scelta piuttosto che in un’altra ci si sente a casa.
E guai ad imboccare, per convenienza o per debolezza, una scelta che non è la nostra, guai a essere stranieri nella propria vita.

La forza d’animo, che è poi la forza del sentimento, ci difende da questa estraneità, ci fa sentire a casa, presso di noi.  Qui è la salute. Una sorta di coincidenza di noi con noi stessi, che ci evita tutti quegli “altrove” della vita che non ci appartengono e che spesso imbocchiamo perchè altri, da cui pensiamo dipenda la nostra vita, semplicemente ce lo chiedono, e noi non sappiamo dire di no.
Il bisogno di essere accettati e il desiderio di essere amati ci fanno percorrere strade che il nostro sentimento ci fa avvertire come non nostre, e così l’animo s’indebolisce e si ripiega su se stesso nell’inutile fatica di compiacere agli altri.Alla fine l’anima si ammala, perchè la malattia, lo sappiamo tutti, è una metafora, la metafora della devianza dal sentiero della nostra vita. Bisogna educare i giovani ad essere se stessi, assolutamente se stessi. Questa è la forza d’animo. Ma per essere se stessi bisogna accogliere a braccia aperte la propria ombra. Che è ciò che rifiutiamo di noi. Quella parte oscura che, quando qualcuno la sfiora, ci fa sentire “punti nel vivo”. Perchè l’ombra è viva e vuole essere accolta. […] Accolta, l’ombra cede la sua forza.

Cessa la guerra tra noi e noi stessi e perciò siamo in grado di dire:  “Ebbene sì, sono anche questo”. Ed è la pace così raggiunta a darci la forza d’animo e la capacità di guardare in faccia il dolore senza illusorie vie di fuga. “Tutto quello che non mi fa morire, mi rende più forte” scrive Nietzsche.Ma allora bisogna attraversare e non evitare le terre seminate di dolore. Quello proprio, quello altrui.  Perchè il dolore appartiene alla vita allo stesso titolo della felicità. Non il dolore come caparra della vita eterna, ma il dolore come inevitabile contrappunto della vita, come fatica del quotidiano, come oscurità dello sguardo che non vede vie d’uscita. Eppure la cerca, perchè sa che il buio della notte non è l’unico colore del cielo. Di forza d’animo hanno bisogno i giovani soprattutto oggi perchè non sono più sostenuti da una tradizione, si sono rotte le tavole dove erano incise le leggi della morale, perchè si è smarrito il senso dell’esistenza e incerta si è fatta la sua direzione. La storia non racconta più la vita dei loro padri, e la parola che i padri rivolgono ai figli è insicura e incerta. I loro sguardi s’incontrano, ma spesso solo per evitarsi.

Eppure i giovani, anche se mai lo confesseranno, attendono qualcosa o qualcuno che li traghetti, perchè il mare che attraversano è minaccioso, anche quando il suo aspetto è trasognato. Il rischio che corrono, quando evitano le soluzioni estreme, è quello di passare il tempo della loro vita, senza sentimento, senza nobiltà, confusi tra i piccoli uomini a cui basta, secondo Nietzsche, “una vogliuzza per il giorno, una vogliuzza per la notte, fermo restando la salute”.

E così perdono il contatto con se stessi nel rumore del mondo. Passioncelle generiche sfiorano le loro anime assopite, ma non le risvegliano. Non hanno forza. Sono state acquietate da quell’ideale di vita che viene spacciato per equilibrio, buona educazione. E invece è sonno, conformismo, dimenticanza di sé. Nulla del coraggio del navigante che, come vuole la metafora di Nietzsche, “lasciata la terra che era solo terra di protezione, non si lascia prendere dalla nostalgia, ma incoraggia il suo cuore”.

Il cuore non come languido contraltare della ragione, ma come sua forza, sua animazione, affinchè le idee, ben animate dalle passioni, divengano attive e facciano storia. Una storia più soddisfacente. >>

(Umberto Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, Feltrinelli 2007)



Silenziosamente vivere


"Quando siamo incompresi e giudicati sfavolevolmente, perchè difendersi, spiegarsi? Lasciamo cadere, non diciamo nulla, è così dolce tacere, lasciarsi giudicare in qualsiasi modo.
Non troviamo nel vangelo che Maria si era spiegata, quando la sorella Marta l’accusava di stare ai piedi di Gesù, senza fare nulla. Non ha detto: ‘Marta, se sapessi la felicità che provo, se ascoltassi le parole che ascolto!’ E poi, ‘è Gesù che mi ha detto di stare qui’. No, ha preferito tacere. Beato silenzio, che dà tanta pace."
(Santa Teresa di Gesù Bambino)

A volte mi sembra che non ci sia nulla di noi che possiamo spiegare ad altri. E forse non è affatto necessario. Ci sono cose che albergano nel nostro cuore, che se non sono di passaggio danno frutto; ed è da questi frutti che appare al mondo la natura di quei pensieri, bisogni, desideri, errori che ci appartengono. Non serve aggiungere altro.
Solo vorrei, in questo momento, non sentire così estraneo il mondo che mi osserva.


"Per capire, impara prima ad ascoltare; per ascoltare impara prima a tacere; e per tacere impara prima ad essere paziente."
(Joao Carlo Mezzomo)



Presenze invisibili

 
"Quello che si vede è solo la metà di ciò che esiste". (Ghost Whisperer)
 
Il fatto che questa frase venga dal personaggio di un telefilm americano sui fantasmi, di certo non depone a suo favore, ma trovo che ci sia molto di vero in quello che dice. Mi fa tornare in mente una bella frase di un capitolo molto commuovente del Piccolo Principe:  "l’essenziale è invisibile agli occhi" .
Quello su cui riflettevo non  è solo l’invisibile che riguarda la Fede e Dio (come sarebbe ovvio e inevitabile quando si parla di "credere senza poter vedere") , ma piuttosto il fatto che in verità metà di ciò che è l’uomo E’  invisibile.
Penso ai pensieri, ai sogni, ai sentimenti, che non vediamo eppure sono reali, eccome se lo sono… anzi, penso quando a volte sembra che il nostro dolore o la nostra paura o, magari, la nostra felicità sono l’unica cosa che ci sembra di essere, come se non ci riempisse altro e ci viene il dubbio se il nostro corpo sia davvero in grado di contenere tutto quello che viene dal nostro cuore o dalla nostra mente… Quante volte ho desiderato poter "spegnere" i miei pensieri o mi sono sentita letteralmente scoppiare il cuore incapace di contenerli…
Dov’è il confine allora fra ciò che è reale e ciò che non lo è? E per non-reale non intendo immaginario, perchè il reale è qualcosa di molto più complesso e articolato del semplice "ciò che possiamo vedere", secondo me.
La morale di questa riflessione alla fine comunque trovo che sia che c’è del buono anche nei telefilm americani, il che di questi tempi televisivi mi è quasi di  conforto!  ^__^



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