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Always happy, jaunty, friendly, good, idealist, tenderhearted; sometimes lazy, careless, stubborn, impazient, a little goofy; most often I used to be pragmatic, sympathetic, tricky, trustful... In conclusion, messy with style ^_^

La differenza

<< La Filosofia non ha il compito di apprendere quello che altri hanno pensato in passato, ma di apprendere come stia la verità delle cose. >>

(Tommaso D’Aquino)

L’ho sempre pensato che essere filosofi fosse leggermente diverso e più divertente di studiare semplicemente filosofia… ma sarei dovuta nascere più di 2000 anni fa per conoscere quel gran genio di Socrate e allora sì che non avrei avuto dubbi su cosa avrei fatto da grande!

Ma sto divagando ^_^ Quando lessi questa frase, molti anni or sono, mi tornò in mente l’unica volta che abbia rivolto a qualcuno una domanda sulla verità, per l’esattezza chiesi “ma allora dove sta la verità?” a seguito di una discussione, appunto, sul senso della vita, l’immortalità dell’anima, l’esistenza di vite precedenti et similia. Ora, sorvolando sul fatto che forse non poteva aver verità da suggerire ad altri chi sembrava non avere il coraggio della verità di se stesso, dopo averci riflettuto attentamente mi sono resa conto che c’era già chi aveva, seppur senza che io lo avessi chiesto personalmente, risposto alla mia domanda lasciandomi, per aprire nuovi orizzonti, una chiave di lettura che fino a quel momento non avevo proprio notato.

Ad un certo punto del Vangelo, mentre sono ancora in viaggio, ma già l’ombra di Gerusalemme incombe su di lui, Gesù dice ai suoi discepoli <<Io sono la Via, la Verità e la Vita>>.

Ecco la risposta alla mia domanda, ma anche qualcosa di più. Perché quello su cui non mi ero mai soffermata era l’ordine con il quale Gesù pone i tre sostantivi e poiché le sue parole non sono mai scelte a caso dagli evangelisti, qualcosa si è acceso dentro di me e la lampadina ha illuminato la seguente consapevolezza: la verità, come ogni forma di conoscenza, sta nel mezzo… Dove non è né causa né fine ma compagna di viaggio. Si incontra solo dopo essersi messi in cammino lungo la via… Non è certo infusa né scontata come sostengono coloro che ti rispondono con sicumera “io lo so, le cose funzionano così e cosà” e quando chiedi loro come facciano a saperlo, da chi l’abbiano saputo così dettagliatamente, ti guardano come se non capissero realmente che la conoscenza che abbiamo viene sempre da qualcuno che ce l’ha insegnata… ed è soprattutto per questo che è di fondamentale importanza scegliere bene i propri maestri ed essere sempre attenti alla parola – e ancor di più alle azioni – di chi ascoltiamo.
Perché se è vero, come io credo fermamente, che l’albero si riconosce dai frutti, allora reale sorgente di verità è la vita. E’ la nostra vita, il nostro agire nel mondo, che dà ragione della verità di noi stessi. Ed essa cosa racconta, le opere di Dio o quelle di altri in noi?

Così ho sfatato un primo mito: “volere tutta la conoscenza del mondo”. Non solo perché chi la persegue come fine ultimo si illude di poterla portare realmente a compimento, essa infatti supera di gran lunga in quantità il tempo a nostra disposizione, ma anche perché non è mai stata la conoscenza (nozionisticamente parlando) a dirmi la verità della mia vita. Seppur conoscere, nel senso di informarsi e quindi avere accesso a tutte le informazioni necessarie, è di fondamentale importanza: badate bene che non sto negando l’utilità del voler conoscere e capire che anzi sono fondamentali per diventare persone libere, cioè persone capaci di scegliere perché per poterlo fare abbiamo bisogno di conoscere e capire la realtà dei fatti e quali siano le nostre vere alternative – l’ignoranza è il guinzaglio dei potenti! – tuttavia perseguire la capacità di conoscenza come senso del mio esistere, per il gusto (fine a se stesso) di acquisire tutto lo scibile umano, finendo – oserei affermare – per non mettere mai in pratica quasi nulla (per l’ovvia mancanza di tempo che ne consegue) di quello che si è solo studiato, è da folli.

Così ho sfatato anche un secondo mito: quello del “fare giustizia”, perché il giudizio degli uomini verso altri uomini non può mai essere assoluto, chi è il giusto? Forse colui che fa il bene? Ma nel diritto la giustizia ha decisamente più a che fare con l’uguaglianza che non con il bene. Da sempre rappresentata dal simbolo della bilancia, giusta può essere una condanna parimenti che una ricompensa. Lo sguardo del giusto è distaccato, deve esserlo, perché ci sono delle regole che hanno bisogno di essere messe in pratica, senza le quali la società che vuole dirsi giusta non sarà in grado di garantire a tutti gli stessi strumenti per la difesa (del singolo e della collettività), nel bene e nel male. Ma nei rapporti umani – per esempio quando qualcuno ha bisogno d’aiuto – voler perseguire la giustizia risponde davvero alla necessità da cui nasce il bisogno che l’altro ci condivide? Impegnarsi a fornire buoni strumenti, magari anche risolutivi, a coloro che hanno bisogno di aiuto – fermo restando che nessuno che non voglia salvarsi da solo può essere salvato (vade retro satanica sindrome della crocerossina o del salvatore!) – è sicuramente una cosa buona, ma allora quale era il mio problema? Perché a me davanti a questo “giusto distacco” nasceva dentro un gran fastidio e un forte senso di ingiustizia?

Probabilmente per la stessa ragione per cui aiutare per me è sempre stato diverso dal semplice “risolvere problemi”, esattamente come vivere è molto di più del semplice respirare. Mi fu permesso di realizzare, proprio a partire dalla provocazione ad opera della persona che sopra menzionavo e che allora mi suscitava solo rabbia, che era tutta una questione di sguardo. E la differenza sarebbe stata alla fine tutta una questione di visione: quello che ogni essere umano desidera fin dalla più tenera età è infatti l’essere visto, così riconosciuto, ovvero amato. E’ l’essere amati, visti per quello che siamo, che fa sentire la vita scorrere dentro e fuori di noi. Che ci da la forza di imparare e la pazienza di affrontare anche le difficoltà più grandi, perché non ci sentiamo più soli: “siamo tutti più forti quando ci sentiamo amati”. Il vero e il giusto di cui parlavamo prima in realtà perdono di senso se non sono sottomessi al Bene: nel senso di “portare il peso”, una sana responsabilità, guidata dal bene e al bene, per me e per gli altri.

La questione quindi non è tanto se siamo realmente in grado o meno di aiutare gli altri a risolvere i loro problemi – sarebbe già molto riuscire ad essere in grado di aiutare prima sé stessi quantomeno – quanto piuttosto se siamo disposti ad esserci: farsi presenti… Lasciarci coinvolgere… Correre il rischio di soffrire e ferirsi con l’altro nel tentativo di restargli accanto… Lasciarci mettere in gioco, perché è nella presenza che nasce la relazione e dal relazionarsi la possibilità di crescere e confrontarsi, e dal confronto di imparare a rinunciare alle aspettative (sia sull’altro che su noi stessi). Dallo stare bene nei nostri panni deriva lo stare bene in presenza o in assenza dell’ altro e soprattutto è dal coinvolgimento – che è cosa ben diversa dal condizionamento – che impariamo a scegliere ciò che è meglio per noi. A distinguere ciò che ci piace da ciò che solo ci conviene e da ciò che invece non ci convince. E a distinguere ciò (o chi) fa il nostro bene da ciò (o chi) ci piace soltanto, perché spesso non coincidono affatto… E il meglio è che non è una tragedia ma sempre un’occasione, di imparare ancora.

Nessun uomo è un’isola così come non esistono formule magiche che possano indifferentemente risolvere i problemi di tutti, ma ognuno si trova di fronte ad un viaggio, la sua personale e favolosa avventura, nel quale è chiamato a farsi allo stesso tempo viandante e compagno di altri viaggi… E il bello è che la guida è un Altro ancora che – grazie a Dio! – non siamo noi.

Ed alla fine ho capito, con un’allegria indescrivibile, che in questa scelta di visione, c’è davvero tutta la differenza del mondo. La mia.


Femminilità

Io ho l’alopecia. Questa ormai è una realtà. Che tutto sommato ad oggi posso dire di vivere piuttosto serenamente tra l’altro. E tutte le questioni che mi hanno portato ad avere da sempre problemi con i capelli ormai sono nel passato. E non hanno quasi più nulla a che fare con il presente (se non nelle loro conseguenze, appunto). Ma soprattutto c’entrano poco, pochissimo con il futuro. Ed io non me ne ero ancora resa conto. Le chiacchiere su quanto conti per me accettarmi per quella che sono, seppur importanti, davvero c’entrano poco con una necessità, che è a questo punto un dato di fatto esattamente come l’alopecia con cui convivo e conviverò fino alla fine dei miei giorni: desidero sentirmi bella.

E non solo perché lo sono dentro e non c’entra affatto che io mi senta e sia bella a prescindere dal copricapo che indosso, che io sia considerata una bella ragazza.

Tutto questo è partito dalle parole che ha detto il mio tricologo, che non solo è un professionista fantastico e una persona molto divertente, che ama la vita e che comprende i suoi pazienti, ma è anche un uomo e ad una bella donna come me ha giustamente fatto notare che con un “impianto” (ndr sistema di infoltimento non chirurgico) come quelli ultramoderni che ci sono adesso cambierebbe la vita.

Ed ha ragione, molto più di quanto lui si renda conto forse. La femminilità per me ha fatto a meno dei capelli (almeno nella mia percezione di me stessa) praticamente da sempre. E sempre vuol dire aver perduto qualsiasi abitudine a considerare questo elemento del mio aspetto come consueto, se non in senso negativo o difensivo. Anzi, un elemento di vera e propria selezione naturale rispetto ai rapporti con gli altri, perché se ti senti diversa, gli altri ti percepiscono come tale e se stai sulla difensiva solo i più empatici e interessati verranno a bussare alle porte del castello, perché solo quelli che imparano a volerti bene poi potranno varcare il ponte levatoio! Nella realtà dei rapporti – che siano d’amicizia o d’amore – un vantaggio mica da poco nonostante tutto…

E così torniamo al presente. Dove c’era un castello arroccato, ora si trova una casa accogliente e una veranda con vista. E allora cosa manca? Mi rendo conto, lasciando risuonare le parole del mio medico, che manca di levare i chiavistelli a serratura dalle porte… che manca solo, fuori di metafora, di provare il brivido del rischio della normalità. Per essere – prima che io diventi troppo vecchia per godermela, per creare una nuova abitudine, quella che non ho mai avuto prima in verità – quotidianamente quella bella donna, semplicemente esteticamente parlando, che potrei essere nella realtà e non solo nella mia percezione interiore.

E non è questione di finzione o di originalità, ma di uno scambio: accogliere un filtro fisico esterno a me stessa per abbandonare definitivamente quello interiore difensivo, che era insicuro, che era esitante, che era impaurito… addomesticato per pura abitudine! La forza della sopravvivenza può lasciare il posto a godersi un po’ la vita e a dare spazio, anzi no – per rendere meglio – a dare forma, una forma normale dopo tanto tempo, esteticamente parlando, alla mia femminilità.

L’ultimo pezzo del puzzle, quello finale, in superficie che apre, sul serio, a nuove e imprevedibili avventure.


I love London

I really like to visit London. Once in a while I take the chance to go there. Not only because two years ago I wanted to pay my tribute to the terrific Phil Collins during his last Not Dead Yet Tour concert, but also because I have so many Italian friends, now true Londoners, that I want to catch up with somehow. It’s a terrific city and a challenging one, indeed. Alway changing its skyline, wanting to reach the future ahead, finding new ways throught fashion, food, architecture, culture, arts. I love its curiosity but I can’t stand this linearity… In this way it’s disrespectful about the past. There is something truly sad about this London’s way of demolish all the older buildings in order to have so many skyscrapers instead. Some of them – I admit – are greatly beautiful and elegant, but why always choose not to refurbish? It would let the past going throught the present with all its meaning… is it not that fashinating?

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Vita

La vita è là fuori che sempre ci aspetta
All’avventura e in folli svolte che poi architetta,
Tuttavia dentro è bene mai dimenticare
D’ avere un luogo chiamato casa a cui ritornare.

Siate gentili, coraggiosi e ribelli,
Senza timori, rancori o futili pensieri
Abbandonate gli altrui e vecchi fardelli,
Per abbracciarvi stretti e viaggiare leggeri.

Cambiano gli occhi come cambia il paesaggio,
Si allarga il cuore ad ogni passaggio;
Si trasforma lo sguardo, il sorriso non mente:
un solo grazie non basta a tutto ciò che si sente.

(Dal mio 2018 in poesia, G.P.)

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La Bellezza di essere umani

L’emozione ci abita,

il sentimento ci guida.

(Palopoli, 6 settembre 2018)


La vera forza

Signore dammi la forza di cambiare le cose che posso modificare e la pazienza di accettare quelle che non posso cambiare e la saggezza per distinguere la differenza tra le une e le altre.

Dammi Signore, un anima che abbia occhi per la bellezza e la purezza, che non si lasci impaurire dal peccato e che sappia raddrizzare le situazioni. Dammi un anima che non conosca noie, fastidi, mormorazioni, sospiri, lamenti. Non permettere che mi preoccupi eccessivamente di quella cosa invadente che chiamo ‘io’.

Dammi il dono di saper ridere di una facezia, di saper cavare qualche gioia dalla vita e anche di farne partecipi gli altri. Signore dammi il dono dell’umorismo.

(Tommaso Moro 1587: Preghiere della Torre)

La mia filosofia di vita e il cuore della mia preghiera a Dio in queste stupende parole di Thomas More.


Far Durare l’Amore

Per far durare l’amore bisogna seguire il consiglio delle tre “D”: Dio, Dialogo, Dettagli.

Dio: se una coppia che prega unita, resta unita. Poiché la dove è il tuo cuore lì sarà il tuo tesoro.

Dialogo: maggiore sarà l’armonia spirituale, maggiore sarà l’armonia matrimoniale. Il nostro amore è maturo? C’è armonia nella nostra relazione oppure sono frequenti attriti e discussioni? Perché? I nostri interessi e ideali si integrano in maniera armoniosa oppure sono causa permanente di discordia?

Dettagli: l’amore non può mai essere inattivo. Ogni ricordo è un alimento dell’amore. Un ricordo porta allegria, ma un dettaglio aumenta l’amore. L’amore è un fuoco che va mantenuto vivo. Seneca ha detto che “se vuoi essere amato, ama”.

(Da un articolo su Aleteia)


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