Come in un film

Caro zio Fabrizio,
Mi piacerebbe cominciare questa lettera dicendo che mi manchi, ma la verità è che non so esattamente cosa provo al riguardo.

Quanto le cose sarebbero state diverse se tu fossi stato qui? Chissà forse più equilibrate?
Come sarebbe stato averti a casa, la domenica o il sabato magari, vederti prendere in giro mamma e scherzare e lavorare con papà… Come sarebbe stato il nostro di rapporto? Avresti continuato a cercarmi tu come mi ha raccontato nonna che facevi quando ero piccola? O poi avrei voluto io conoscere i tuoi amici più grandi di me da adolescente? E il calcio che tu appassionatamente arbitravi avrebbe avuto per me un fascino diverso dall’attuale indifferenza? E nonno chissà se sarebbe morto comunque così giovane… Di sicuro vi avrei visto discutere e riappacificare. Chissà se sarei stata gelosa del tuo rapporto con Guido o avremmo formato un bel terzetto. Piuttosto immagino che sarebbe stato bello avere altri cuginetti se tu ti fossi sposato… E di lei, di loro sarei stata gelosa? Sarebbe stato interessante avere un’alternativa alla famiglia P*.

E ci sarebbe stato lo stesso tutto il dolore che c’è stato? Forse non avrei mai deciso di farmi del male da sola… O forse sì, ma di sicuro immagino che saresti intervenuto: come in un film tu ora sei per me ogni bene mancato, ma so che non è una cosa reale.
Anche tu avevi i tuoi difetti e le tue fissazioni, magari qualche pregiudizio e un po’ di maschilismo da camerata che mi avrebbe fatto di sicuro arrabbiare.
Eppure so che mi avresti insegnato molte cose, eri bravo a scuola, avremmo litigato e ci saremmo dovuti conquistare la reciproca fiducia… Come in un gioco, come un duello!
Quali erano le cose che ti appassionavano? Più ti scrivo, più mi accorgo di quanto sia grande il mondo che hai lasciato dietro e con esso i colori e le voci che ora posso solo immaginare.

E mi sembra vita perduta, semplicemente non vissuta, la intravedo attraverso la porta dentro la quale sei entrato, lasciandomi al buio e nel silenzio.
Avrei voluto conoscerti. Avrei voluto amarti. Avrei voluto stufarmi di discutere con te. Avrei voluto poterti ignorarare. Avrei preferito detestarti e tagliare i ponti con te piuttosto che non avere nulla, ovviamente.
Non sapere chi fossi e chi saresti stato adesso rende queste mie parole così strane ai miei occhi… Come spegnere la tv dopo la fine di un film. Addio zio, per sempre buonanotte.

Ho ritrovato questa lettera che scrissi qualche anno fa, all’inizio del percorso di guarigione della mia storia personale, ed oggi la pubblico per celebrare la chiusura di un cerchio e ringraziare ricordando con amore.


Sentimenti

I sentimenti, anche quelli negativi, sono giudizi di valore necessari per afferrare e abitare la realtà, ma è assai difficile in un tempo in cui la positività «a ogni costo» e il divorzio tra cuore e ragione generano un’oscillazione senza tregua tra emotivismo e cinismo, nemici acerrimi dei sentimenti profondi. Un sentimento è l’indizio di una verità che sta a noi trovare come un tesoro. Ma per non fuggire di fronte a quelli negativi ci vogliono coraggio e pazienza, le chiavi per liberare la vita imprigionata per mancanza di verità: un coraggio e una pazienza difficili da trovare senza un amico che ci accompagni nella selva oscura, senza un amore che tenga per mano la nostra solitudine, senza un Dio che guidi con un sussurro di luce il nostro buio più fitto.

Alessandro D’Avenia


Dedicato ad Una Persona Intorno

Prego per te, ma forse è molto più vero che sei tu ad intercedere per noi…. 

Come si sta lassù? Squaw ha ritrovato le distese praterie degli spiriti Sioux?

Di sicuro dipingere su tela cielo con le nuvole come pennello sarà una sfida interessante alla tua creatività, ma ho come l’impressione che tu non sia presa tanto dalle cose del cielo quanto da quelle quaggiù impegnata a tessere in compagnia della Provvidenza i disegni dello Spirito nel mondo.

Impressionante la coincidenza che proprio ieri sera, 9 febbraio 2021, io abbia ripreso in mano il vostro libro, tuo e di Stefano, proprio da quei capitoli tre e quattro che raccontano del fiorire del vostro amore. Mi è sembrato un segno bello perché anche io in questi giorni (come sempre del resto XD) penso e ripenso all’amore, alla vocazione, al desiderio di camminare mano nella mano con un ganzo, alla consapevolezza di non essere sola, ma al servizio di quella Provvidenza in ogni caso, nubile o sposata che sarò.

Sarà che pochi giorni fa ho compiuto 40 anni e mi fa ancora così strano pensare a come gli ultimi dieci anni siano volati. Eppure sono stati fondamentali: ogni volto, ogni gesto, ogni parola, ogni pensiero, ogni sensazione, ogni emozione mi ha portato qui oggi, ad essere abbastanza serena ed in pace con le varie parti interiori di me, soprattutto piuttosto fiera e soddisfatta della donna che sono diventata, nei miei talenti che continuo a svelare e nelle mie fragilità che imparo ad amare e curare con tenerezza. Non più solo in me, non più solo negli altri.

Ed oggi indulgo nel ricordare te, che non ho conosciuto di persona (se non di sfuggita ad un Lucca comics and games di ennemila anni fa) ma con cui grazie alle vignette delle U.P.I. ho riso ed simpatizzato per anni e a cui oggi vorrei invece aver rivolto almeno una volta la parola (facendo pazientemente la fila davanti allo stand Shockdom oppure scritto nei commenti del blog oppure incontrata in giro per Roma, magari partecipando ad uno dei tuoi corsi di disegno e pittura!) ….Vorrei aver scoperto prima quanta fede in comune avevamo in quegli anni in cui anche io soffrivo per capire come conciliare le profonde verità che sentivo, con la quotidianità dei rapporti e del mondo che ti considerano pazza per il modo appassionato con cui vivi la conversione e lo struggimento di tanti compromessi.

Leggere di te oggi però, attraversando le pagine del vostro libro, tuo e di Stefano, mi permette di fare memoria ed ordine… E sento che mi traghetterà verso nuove avventure inaspettate. Grazie, di tutto.

https://libridiupi.wixsite.com/libridiupi


Chi è adulto?

Adulto è colui che ha preso in carico il bambino che è stato, ne è diventato il padre e la madre.
Adulto è colui che ha curato le ferite della propria infanzia, riaprendole per vedere se ci sono cancrene in atto, guardandole in faccia, non nascondendo il bambino ferito che è stato, ma rispettandolo profondamente riconoscendone la verità dei sentimenti passati, che se non ascoltati diventano presenti, futuri, eterni.

Adulto è colui che smette di cercare i propri genitori ovunque, e ciò che loro non hanno saputo o potuto dare.
È qualcuno che non cerca compiacimento, rapporti privilegiati, amore incondizionato, senso per la propria esistenza nel partner, nei figli, nei colleghi, negli amici.
Adulto è colui che non crea transfert costanti, vivendo in un perpetuo e doloroso gioco di ruolo in cui cerca di portare dentro gli altri, a volte trascinandoli per i capelli.

Adulto è chi si assume le proprie responsabilità, ma non quelle come timbrare il cartellino, pagare le bollette o rifare i le lavatrici. Ma le responsabilità delle proprie scelte, delle proprie azioni, delle proprie paure e delle proprie fragilità.

Responsabile è chi prende la propria vita in carico, senza più attribuire colpe alla crisi, al governo ladro, al sindaco che scalda la poltrona, alla società malata, ai piccioni che portano le malattie e all’insegnante delle elementari che era frustrata.
Sembrano adulti ma non lo sono affatto.

Chi da bambino è stato umiliato, chi ha pensato di non esser stato amato abbastanza, chi ha vissuto l’abbandono e ne rivive costantemente la paura, chi ha incontrato la rabbia e la violenza, chi si è sentito eccessivamente responsabilizzato, chi ha urlato senza voce, chi la voce ce l’aveva ma non c’era nessuno con orecchie per sentire, chi ha atteso invano mani, chi ha temuto le mani: per tutti questi “chi”, se non c’è stato un momento di profonda rielaborazione, se non si è avuto ancora il coraggio di accettare il dolore vissuto, se non si è pronti per dire addio a quel bambino, allora “l’adultità” è un’illusione.

Io ho paura di questi bambini feriti travestiti da adulti, perché se un bambino ferito urla e scalcia, un adulto che nega le proprie emozioni è pronto a fare qualsiasi cosa.
Un bambino ferito travestito da adulto è una bomba ad orologeria.
Ciò che separa il bambino dall’adulto, è la consapevolezza.
Ciò che separa l’illusione dalla consapevolezza è la capacità di sostenere l’onda d’urto della deflagrazione del dolore accumulato.
Ciò che rimane dopo che il dolore è uscito è amore, empatia, accettazione e leggerezza.

Non si giunge alla felicità attraverso la menzogna.
Non si può fingere di non aver vissuto la propria infanzia.
Non si può essere adulti se nessuno ha visto il bambino che siamo stati, noi per primi.
Adulto è colui che ha preso in carico il bambino che è stato e ne è diventato il padre e la madre.

Janusz Korczak


Utero in affitto: lo scandalo dei figli in giacenza · Sfero

https://sfero.me/article/utero-affitto-scandalo-figli-giacenza

Prima ancora dello scandalo c’è la profonda tristezza che viene da una pratica assurda come l’utero in affitto… Scusate ma mi rifiuto di chiamarla “maternità surrogata” come fosse una cosa corretta e non una degenerazione economica dell’egoismo e della cecità di una visione occidentale presuntuosa dell’umanità.

Un figlio è un dono non una merce, non si ordina su internet ma si custodisce nell’amore di due genitori che si amano e vogliono costruire una famiglia. È una grande responsabilità e una gioia immensa, non la soluzione ai bisogni frustrati di chicchessia (lo dico anche per chi i figli li ha e li pensa con metodi più tradizionali eh).

Inoltre sfruttare in questo modo lo stato di necessità di donne disposte a mercificare il proprio corpo (e lo è sia la povertà economica in paesi come l’Ucraina e l’India, che quella psicologica di chi in paesi benestanti pensa sia un atto di altruismo e compassione) è proprio una deriva scandalosa, tanto quanto la prostituzione.

Il cul de sac nel quale si trova la Biotex è come nella favola dei vestiti dell’imperatore, ha mostrato che il re è nudo. Purtroppo nella realtà, in qualunque modo andrà a finire per quei bambini, è già una sconfitta in partenza e nel migliore dei casi un altro passo sulla scintillante lastricata strada verso l’inferno.


Maternità

“In nome del Padre”: inaugura il segno della croce. In nome della madre s’inaugura la vita.

“Miriàm, sai cos’è la grazia?” “Non di preciso”, risposi.
“Non è un’andatura attraente, non è il portamento elevato di certe nostre donne bene in mostra. E’ la forza sovrumana di affrontare il mondo da soli senza sforzo, sfidarlo a duello tutto intero senza neanche spettinarsi. Non è femminile, è dote di profeti. E’ un dono e tu l’hai avuto. Chi lo possiede è affrancato da ogni timore. L’ho visto su di te la sera dell’incontro e da allora l’hai addosso. Tu sei piena di grazia. Intorno a te c’è una barriera di grazia, una fortezza. Tu la spargi, Miriàm: pure su di me.”

(Erri De Luca)

 

Oggi, festa della mamma, mi concedo una riflessione sulla maternità.

Come sanno bene le mie amiche per i cui figli sono la zia acquisita per eccellenza, io non ho (ancora) figli, ma se dovessi dire la verità mi sento spesso madre. Non la mamma che ti ha dato la vita, per la quale la gratitudine (e lo dico da figlia) non è mai troppa; non la mamma che ti accudisce dal pannolino a i manicaretti, che ti manda a scuola e ti accompagna con la macchina, che ti educa e ti insegna a stare al mondo.

Tuttavia profondamente materno è lo sguardo con cui seguo i miei piccoli studenti nelle loro fatiche scolastiche; lo è l’affetto e la cura che accompagnano il mio essere sorella, collega, amica, amante e (paradossalmente talvolta) figlia delle persone che amo e che apprezzo; lo sono, madre, nella crescita e nella tenerezza con cui mi prendo cura delle parti piccole di me stessa: quelle ferite, quelle insicure, quelle capricciose… Quelle che appunto risuonano empaticamente nei miei rapporti col mondo e con gli altri.

Perché la vita biologica, meraviglioso miracolo, non è la sola che conta… Ha il suo completamento nell’essere animata dallo Spirito, quello che, da amata figlia di Dio, mi concede di vedere la Bellezza che alberga in tutto ciò che c’è così com’ è. Di attingere a quella Forza d’animo che tante volte mi ha permesso di essere coraggiosa e crescere nella consapevolezza.

Piena di meraviglia, di tenerezza, di fiducia e di speranza, ecco la madre che sono diventata.

Grazie a tutti coloro che lo hanno reso possibile, nell’aver condiviso con me un pezzetto di vita: a cominciare dai miei genitori passando per tutti gli altri – anche coloro che non mi hanno amata – fino a tornare al Principale, principio e fine di ogni amore.

 


Bravi ragazzi? No grazie ;)

Una riflessione da recuperare, nella domenica dedicata al Vangelo del “voi siete luce della terra e sale del mondo”.

Una penna spuntata

Immaginiamo che domenica prossima, a Messa, magari proprio al momento della consacrazione, scenda in mezzo a noi Gesù in carne ed ossa (tunichetta bianca, calzari, capelli lunghi: insomma, quello lì). Immaginiamo che Egli si piazzi sull’ambone e cominci a indicarci ad uno ad uno, urlando cose tipo: “Idioti! Sepolcri imbiancati! Ipocriti che non siete altro! E tu! Avevo grandi speranze per te, vuoi mica dirmi che anche tu sei stupido come tutti gli altri? Fai qualcosa di sensato: vendi ‘sto cappottino ridicolo e comprati una pistola! Banda di vipere, per quanto tempo ancora dovrò avervi tra i piedi?”.
Noi presenti ci guarderemmo l’un l’altro molto imbarazzati. Il ministrante correrebbe in sacrestia per spegnere il microfono; il sacerdote si avvicinerebbe cautamente a Gesù per accompagnarlo garbatamente fuori, come si fa con gli ubriachi problematici. Qualche pia donna raggiungerebbe sul sagrato l’Onnipotente e lo rimprovererebbe in tono affettuoso: “tsk tsk…

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La differenza

<< La Filosofia non ha il compito di apprendere quello che altri hanno pensato in passato, ma di apprendere come stia la verità delle cose. >>

(Tommaso D’Aquino)

L’ho sempre pensato che essere filosofi fosse leggermente diverso e più divertente di studiare semplicemente filosofia… ma sarei dovuta nascere più di 2000 anni fa per conoscere quel gran genio di Socrate e allora sì che non avrei avuto dubbi su cosa avrei fatto da grande!

Ma sto divagando ^_^ Quando lessi questa frase, molti anni or sono, mi tornò in mente l’unica volta che abbia rivolto a qualcuno una domanda sulla verità, per l’esattezza chiesi “ma allora dove sta la verità?” a seguito di una discussione, appunto, sul senso della vita, l’immortalità dell’anima, l’esistenza di vite precedenti et similia. Ora, sorvolando sul fatto che forse non poteva aver verità da suggerire ad altri chi sembrava non avere il coraggio della verità di se stesso, dopo averci riflettuto attentamente mi sono resa conto che c’era già chi aveva, seppur senza che io lo avessi chiesto personalmente, risposto alla mia domanda lasciandomi, per aprire nuovi orizzonti, una chiave di lettura che fino a quel momento non avevo proprio notato.

Ad un certo punto del Vangelo, mentre sono ancora in viaggio, ma già l’ombra di Gerusalemme incombe su di lui, Gesù dice ai suoi discepoli <<Io sono la Via, la Verità e la Vita>>.

Ecco la risposta alla mia domanda, ma anche qualcosa di più. Perché quello su cui non mi ero mai soffermata era l’ordine con il quale Gesù pone i tre sostantivi e poiché le sue parole non sono mai scelte a caso dagli evangelisti, qualcosa si è acceso dentro di me e la lampadina ha illuminato la seguente consapevolezza: la verità, come ogni forma di conoscenza, sta nel mezzo… Dove non è né causa né fine ma compagna di viaggio. Si incontra solo dopo essersi messi in cammino lungo la via… Non è certo infusa né scontata come sostengono coloro che ti rispondono con sicumera “io lo so, le cose funzionano così e cosà” e quando chiedi loro come facciano a saperlo, da chi l’abbiano saputo così dettagliatamente, ti guardano come se non capissero realmente che la conoscenza che abbiamo viene sempre da qualcuno che ce l’ha insegnata… ed è soprattutto per questo che è di fondamentale importanza scegliere bene i propri maestri ed essere sempre attenti alla parola – e ancor di più alle azioni – di chi ascoltiamo.
Perché se è vero, come io credo fermamente, che l’albero si riconosce dai frutti, allora reale sorgente di verità è la vita. E’ la nostra vita, il nostro agire nel mondo, che dà ragione della verità di noi stessi. Ed essa cosa racconta, le opere di Dio o quelle di altri in noi?

Così ho sfatato un primo mito: “volere tutta la conoscenza del mondo”. Non solo perché chi la persegue come fine ultimo si illude di poterla portare realmente a compimento, essa infatti supera di gran lunga in quantità il tempo a nostra disposizione, ma anche perché non è mai stata la conoscenza (nozionisticamente parlando) a dirmi la verità della mia vita. Seppur conoscere, nel senso di informarsi e quindi avere accesso a tutte le informazioni necessarie, è di fondamentale importanza: badate bene che non sto negando l’utilità del voler conoscere e capire che anzi sono fondamentali per diventare persone libere, cioè persone capaci di scegliere perché per poterlo fare abbiamo bisogno di conoscere e capire la realtà dei fatti e quali siano le nostre vere alternative – l’ignoranza è il guinzaglio dei potenti! – tuttavia perseguire la capacità di conoscenza come senso del mio esistere, per il gusto (fine a se stesso) di acquisire tutto lo scibile umano, finendo – oserei affermare – per non mettere mai in pratica quasi nulla (per l’ovvia mancanza di tempo che ne consegue) di quello che si è solo studiato, è da folli.

Così ho sfatato anche un secondo mito: quello del “fare giustizia”, perché il giudizio degli uomini verso altri uomini non può mai essere assoluto, chi è il giusto? Forse colui che fa il bene? Ma nel diritto la giustizia ha decisamente più a che fare con l’uguaglianza che non con il bene. Da sempre rappresentata dal simbolo della bilancia, giusta può essere una condanna parimenti che una ricompensa. Lo sguardo del giusto è distaccato, deve esserlo, perché ci sono delle regole che hanno bisogno di essere messe in pratica, senza le quali la società che vuole dirsi giusta non sarà in grado di garantire a tutti gli stessi strumenti per la difesa (del singolo e della collettività), nel bene e nel male. Ma nei rapporti umani – per esempio quando qualcuno ha bisogno d’aiuto – voler perseguire la giustizia risponde davvero alla necessità da cui nasce il bisogno che l’altro ci condivide? Impegnarsi a fornire buoni strumenti, magari anche risolutivi, a coloro che hanno bisogno di aiuto – fermo restando che nessuno che non voglia salvarsi da solo può essere salvato (vade retro satanica sindrome della crocerossina o del salvatore!) – è sicuramente una cosa buona, ma allora quale era il mio problema? Perché a me davanti a questo “giusto distacco” nasceva dentro un gran fastidio e un forte senso di ingiustizia?

Probabilmente per la stessa ragione per cui aiutare per me è sempre stato diverso dal semplice “risolvere problemi”, esattamente come vivere è molto di più del semplice respirare. Mi fu permesso di realizzare, proprio a partire dalla provocazione ad opera della persona che sopra menzionavo e che allora mi suscitava solo rabbia, che era tutta una questione di sguardo. E la differenza sarebbe stata alla fine tutta una questione di visione: quello che ogni essere umano desidera fin dalla più tenera età è infatti l’essere visto, così riconosciuto, ovvero amato. E’ l’essere amati, visti per quello che siamo, che fa sentire la vita scorrere dentro e fuori di noi. Che ci da la forza di imparare e la pazienza di affrontare anche le difficoltà più grandi, perché non ci sentiamo più soli: “siamo tutti più forti quando ci sentiamo amati”. Il vero e il giusto di cui parlavamo prima in realtà perdono di senso se non sono sottomessi al Bene: nel senso di “portare il peso”, una sana responsabilità, guidata dal bene e al bene, per me e per gli altri.

La questione quindi non è tanto se siamo realmente in grado o meno di aiutare gli altri a risolvere i loro problemi – sarebbe già molto riuscire ad essere in grado di aiutare prima sé stessi quantomeno – quanto piuttosto se siamo disposti ad esserci: farsi presenti… Lasciarci coinvolgere… Correre il rischio di soffrire e ferirsi con l’altro nel tentativo di restargli accanto… Lasciarci mettere in gioco, perché è nella presenza che nasce la relazione e dal relazionarsi la possibilità di crescere e confrontarsi, e dal confronto di imparare a rinunciare alle aspettative (sia sull’altro che su noi stessi). Dallo stare bene nei nostri panni deriva lo stare bene in presenza o in assenza dell’ altro e soprattutto è dal coinvolgimento – che è cosa ben diversa dal condizionamento – che impariamo a scegliere ciò che è meglio per noi. A distinguere ciò che ci piace da ciò che solo ci conviene e da ciò che invece non ci convince. E a distinguere ciò (o chi) fa il nostro bene da ciò (o chi) ci piace soltanto, perché spesso non coincidono affatto… E il meglio è che non è una tragedia ma sempre un’occasione, di imparare ancora.

Nessun uomo è un’isola così come non esistono formule magiche che possano indifferentemente risolvere i problemi di tutti, ma ognuno si trova di fronte ad un viaggio, la sua personale e favolosa avventura, nel quale è chiamato a farsi allo stesso tempo viandante e compagno di altri viaggi… E il bello è che la guida è un Altro ancora che – grazie a Dio! – non siamo noi.

Ed alla fine ho capito, con un’allegria indescrivibile, che in questa scelta di visione, c’è davvero tutta la differenza del mondo. La mia.


Femminilità

Io ho l’alopecia. Questa ormai è una realtà. Che tutto sommato ad oggi posso dire di vivere piuttosto serenamente tra l’altro. E tutte le questioni che mi hanno portato ad avere da sempre problemi con i capelli ormai sono nel passato. E non hanno quasi più nulla a che fare con il presente (se non nelle loro conseguenze, appunto). Ma soprattutto c’entrano poco, pochissimo con il futuro. Ed io non me ne ero ancora resa conto. Le chiacchiere su quanto conti per me accettarmi per quella che sono, seppur importanti, davvero c’entrano poco con una necessità, che è a questo punto un dato di fatto esattamente come l’alopecia con cui convivo e conviverò fino alla fine dei miei giorni: desidero sentirmi bella.

E non solo perché lo sono dentro e non c’entra affatto che io mi senta e sia bella a prescindere dal copricapo che indosso, che io sia considerata una bella ragazza.

Tutto questo è partito dalle parole che ha detto il mio tricologo, che non solo è un professionista fantastico e una persona molto divertente, che ama la vita e che comprende i suoi pazienti, ma è anche un uomo e ad una bella donna come me ha giustamente fatto notare che con un “impianto” (ndr sistema di infoltimento non chirurgico) come quelli ultramoderni che ci sono adesso cambierebbe la vita.

Ed ha ragione, molto più di quanto lui si renda conto forse. La femminilità per me ha fatto a meno dei capelli (almeno nella mia percezione di me stessa) praticamente da sempre. E sempre vuol dire aver perduto qualsiasi abitudine a considerare questo elemento del mio aspetto come consueto, se non in senso negativo o difensivo. Anzi, un elemento di vera e propria selezione naturale rispetto ai rapporti con gli altri, perché se ti senti diversa, gli altri ti percepiscono come tale e se stai sulla difensiva solo i più empatici e interessati verranno a bussare alle porte del castello, perché solo quelli che imparano a volerti bene poi potranno varcare il ponte levatoio! Nella realtà dei rapporti – che siano d’amicizia o d’amore – un vantaggio mica da poco nonostante tutto…

E così torniamo al presente. Dove c’era un castello arroccato, ora si trova una casa accogliente e una veranda con vista. E allora cosa manca? Mi rendo conto, lasciando risuonare le parole del mio medico, che manca di levare i chiavistelli a serratura dalle porte… che manca solo, fuori di metafora, di provare il brivido del rischio della normalità. Per essere – prima che io diventi troppo vecchia per godermela, per creare una nuova abitudine, quella che non ho mai avuto prima in verità – quotidianamente quella bella donna, semplicemente esteticamente parlando, che potrei essere nella realtà e non solo nella mia percezione interiore.

E non è questione di finzione o di originalità, ma di uno scambio: accogliere un filtro fisico esterno a me stessa per abbandonare definitivamente quello interiore difensivo, che era insicuro, che era esitante, che era impaurito… addomesticato per pura abitudine! La forza della sopravvivenza può lasciare il posto a godersi un po’ la vita e a dare spazio, anzi no – per rendere meglio – a dare forma, una forma normale dopo tanto tempo, esteticamente parlando, alla mia femminilità.

L’ultimo pezzo del puzzle, quello finale, in superficie che apre, sul serio, a nuove e imprevedibili avventure.


I love London

I really like to visit London. Once in a while I take the chance to go there. Not only because two years ago I wanted to pay my tribute to the terrific Phil Collins during his last Not Dead Yet Tour concert, but also because I have so many Italian friends, now true Londoners, that I want to catch up with somehow. It’s a terrific city and a challenging one, indeed. Alway changing its skyline, wanting to reach the future ahead, finding new ways throught fashion, food, architecture, culture, arts. I love its curiosity but I can’t stand this linearity… In this way it’s disrespectful about the past. There is something truly sad about this London’s way of demolish all the older buildings in order to have so many skyscrapers instead. Some of them – I admit – are greatly beautiful and elegant, but why always choose not to refurbish? It would let the past going throught the present with all its meaning… is it not that fashinating?

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